Dove si nasconde la felicità?

Tutta la nostra vita e tutti i nostri sforzi sembrano muoversi solo ed esclusivamente verso un obiettivo: la felicità.

Per il dizionario italiano la felicità è “lo stato d’animo (emozione) positivo di chi ritiene soddisfatti tutti i propri desideri.”, il che pare piuttosto utopistico considerando che noi, esseri umani, siamo proprio esseri di desiderio; siamo mossi, cioè, dallo sprone a soddisfare i nostri intenti. Dopo ogni desiderio soddisfatto ce ne sarà un altro da soddisfare, e così via in un rincorrere costante una felicità sempre più lontana.

Viene da sè che, partendo dalla definizione, per essere felici sia necessario essere in grado di definire ciò che realmente desideriamo. Se andiamo oltre le nostre pulsioni di base, che hanno anch’esse il sacrosanto diritto di essere soddisfatte adeguatamente, troviamo un intero mondo fatto di intenti, ideali, sogni e ispirazioni che dirigono la nostra evoluzione in questa esperienza terrestre.

Qui si presenta uno degli “inceppi” più comuni: sapere esattamente cosa si desidera. C’è una gran bella differenza tra il desiderare “qualcosa” perché un modello esterno a noi ce lo impone o ci fa credere che senza quell’oggetto saremo infelici e desiderare in linea con gli intenti della nostra anima. Nel secondo caso, certamente, l’appagamento non sarà effimero o compensativo e ci permetterà di realizzare pienamente il nostro ruolo (o la nostra missione) su questo pianeta.

Riflettiamo per un attimo in che modo ci muoviamo quando ci accorgiamo di desiderare qualcosa: spostiamo l’attenzione sull’oggetto del nostro desiderio che istantaneamente diventa motivo di felicità. Presupponiamo, quindi, che senza quell’oggetto (o quella situazione, quella risoluzione, quello stato d’animo) non possiamo essere felici.

Mi sono accorto di questa inclinazione osservando prima me stesso e poi le persone che mi parlano delle loro emozioni negative; farebbero di tutto per liberarsene, si anestetizzerebbero con qualsiasi cosa purché quella fastidiosissima manifestazione emotiva li abbandoni. Non possono essere felici se continuano a sentire la rabbia, l’ansia, la paura. Non possono perché confondono la felicità con la pace e il momento presente con il futuro.

Si proiettano a quando quel disturbo sarà passato e mettono lì, su quel territorio inesplorato e ancora inesistente, la bandierina della felicità.

Di fatto, la maggior parte di noi si illude che sarà felice solo quando avrà quella determinata cosa, o si sarà liberato di quella determinata emozione o situazione. La felicità è sempre dopo: dopo la soluzione del problema, dopo la guarigione, dopo aver comprato la macchina nuova tanto agognata.

Dopo, dopo, dopo.

Viviamo costantemente proiettati al di fuori del momento presente, fuori da noi e in fuga da quello che c’è qui ed ora.

E ci stupiamo di essere ansiosi.

Un certo tipo di Buddhismo insegna che la radice del problema sia proprio nel desiderio e la soluzione nello smettere di desiderare. Personalmente non mi trovo molto in linea con questo concetto, mentre sento molto più affine a me la visione di Igor Sibaldi.

Leggete cosa dice:

«Desiderare», in italiano, è un atto bellissimo, viene dalla parola sidera, «stelle», e significa letteralmente: accorgersi che nel tuo cuore c’è qualcosa di più di quel che, per ora, le stelle stanno concedendo all’umanità. Ogni desiderio che noi riusciamo ad esprimere è una sorta di premonizione: non si tratta cioè del frutto della nostra fantasia, ma di un improvviso estendersi della nostra percezione, fino a cogliere nel futuro una qualche occasione che sta venendo proprio verso di noi e che può servire al proprio sviluppo interiore.

Una sorta di afflato dell’anima, dunque, che si affaccia nel nostro mondo materiale attraverso l’energia del desiderio; ci spinge, ci muove, ci mantiene in movimento e ci permette di portare qui, sulla Terra, più di quanto non ci sia già. Un pensiero bellissimo.

Ma se nel desiderare siamo scontenti perché siamo focalizzati sulla mancanza di quello che vogliamo, come potremo incontrare la felicità?

Me lo sono chiesto a lungo anche io, fino a quando ho realizzato che la felicità è una scelta che si compie volontariamente nel qui e ora quando si smette di sfuggire da ciò che c’è, da ciò che è reale. Posso essere felice e avere l’ansia allo stesso tempo se sono disposto a guardare quell’ansia e a vederla fluire in me, come se io fossi il contenitore attraverso il quale le emozioni fluiscono. Se guardo la mia ansia, la mia rabbia, la mia angoscia con assenza di giudizio sarò pienamente nel momento presente e smetterò di creare attrito tra ciò che c’è e ciò che vorrei ci fosse, smetterei di scappare avanti e indietro nel tempo e assaporerei pienamente me stesso nel qui ed ora.

Nelle parole di Jung:

Date la forza a qualunque cosa contro la quale combattete, e ogni cosa alla quale resistete persiste.

C’è qualcuno, molto più preparato di me, che ha espresso con grande efficacia questo concetto:

Vi è mai balenato alla mente che si può essere felici pur essendo in tensione? Prima dell’illuminazione ero depresso, dopo l’illuminazione continuo ad essere depresso. non bisogna fare del rilassamento o della sensibilità uno scopo. […] Se si è tesi si osserva semplicemente la propria tensione. Non capirete mai voi stessi se cercate di cambiarvi. […] Siete chiamati alla consapevolezza. […] Venite incontro alla realtà e lasciate che la tensione o la calma si occupino di loro stesse. […] La consapevolezza permette alla realtà di cambiarvi.  – Anthony De Mello

Come possiamo pensare di essere felici se siamo continuamente in fuga da noi stessi? Più vado avanti e più mi accorgo che la vera chiave è sempre nella consapevolezza attiva, nell’osservazione di sé nel momento presente. Nel lasciar essere ciò che è.

Ricordo che una volta, qualche anno fa, in un momento acuto di ansia mi misi ad osservarla e mi sembrò quasi di sentirla dire che tutto ciò che voleva era essere vista. Fu strabiliante sentire che l’ansia non ero io, che eravamo due cose distinte, solo che lei era dentro di me e veniva perché la vedessi. Ci siamo incontrati un po’ di volte in questa modalità molto intensa e poi ha smesso di venire a trovarmi, quasi del tutto. Prima quello che faceva era correre a respirare, a fare training autogeno, a bere questa o quella tisana rilassante, tutte cose utilissime ma che mi portavano via dal momento presente, dalla consapevolezza del momento presente perché le facevo per fuggire e non per integrare. Non volevo stare in quello che era e quello che era mi rincorreva. 

Qualsiasi emozione negativa che non sia completamente confrontata e vista per quello che è nel momento in cui nasce, non si dissolve completamente. Si lascia dietro un resto di dolore – Eckhart Tolle – “Un nuovo mondo”.

Ho praticato molte tecniche di miglioramento personale, alcune delle quali efficacissime, ma ho avuto modo di verificare che se ci si approccia ad esse con il desiderio di scappare da sé stessi e dalle proprie emozioni/problematiche si hanno molte probabilità di non andare molto lontano. Quindi osservatevi, osserviamoci, sentiamoci, guardiamo ciò che succede in noi nel momento presente e saremo più fluidi nel trasformarci. La sola osservazione senza giudizio avvia il processo alchemico di trasformazione e lascerà spazio alla felicità autentica, quella che sopraggiunge quando si crea lo spazio necessario dentro di noi ad accoglierla; quello spazio che spesso è occupato da ansie, manie, pensieri e insoddisfazioni nutriti, pensate un po’, proprio dal desiderio di essere felici!

Fermiamoci, respiriamo (tanto, tanto, tanto, il respiro fa veri miracoli!) e accogliamo ciò che c’è. Così facendo accoglieremo noi stessi e impareremo ad amarci, a prescindere.

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